PRIN PNRR 2022

Stretto di Messina

Dettagli della notizia

Data:

15/10/2025

Descrizione

Il caso studio dello Stretto di Messina rappresenta un esempio emblematico di come, incentivando la resilienza naturale degli ecosistemi marini, si possa conservare, anche in aree fortemente antropizzate, il valore ecosistemico degli habitat più sensibili e i servizi e le funzioni a essi associate. Lo Stretto di Messina, situato tra l’estremità nordoccidentale della Sicilia e la parte sudorientale della Calabria, rappresenta uno degli ecosistemi più peculiari dell’intero Mar Mediterraneo. Le sue caratteristiche geomorfologiche e idrodinamiche lo rendono un hotspot di biodiversità, come testimoniato dall’elevato numero di endemismi presenti nell’area. La sua superficie è sottesa in tre siti facenti parte della rete Natura 2000: due Zone a Protezione Speciale (ZPS) “Monti Peloritani, Dorsale Curcuraci, Antennamare e area marina dello Stretto” - ITA 030042 e “Costa Viola” - ITA 9350300, al cui interno è presente il Sito di Interesse Comunitario (SIC) “Fondali da Punta Pezzo a Capo dell’Armi” - IT030008.  Questi ospitano habitat annoverati nella direttiva Habitat ed elencati nell’Allegato I della DIRETTIVA 92/43/CEE, quali le praterie di P. oceanica (HABITAT 1120*), i banchi di sabbia a debole copertura permanente di acqua marina (HABITAT 1110) e le scogliere (HABITAT 1170). A essi vi è associato un inestimabile capitale, non solo naturale (in termini di biodiversità e servizi ecosistemici), ma anche culturale e sociale.  Nonostante ciò, numerosi impatti antropici stanno alterando gli equilibri ecologici che sostengono l’ecosistema Stretto di Messina e le comunità presenti. Tra le principali fonti d’impatto va annoverato il traffico navale, sia commerciale che turistico. Lo Stretto, infatti, oltre a essere la principale via di collegamento tra la Sicilia e la penisola italiana, è una rapida via di passaggio che collega il bacino occidentale del Mediterraneo a quello orientale. Il transito delle imbarcazioni rappresenta una fonte d’inquinamento acustico, chimico e biologico (in termini d’introduzione di specie “aliene”). Una fonte significativa di pressione antropica deriva dalle attività di pesca, sia legale che illegale. Queste provocano un prelievo significativo, e spesso incontrollato, di specie, una perdita di habitat bentonici (es.: praterie di Posidonia oceanica, Delile, 1813, foreste macro-algali), e rappresentano una delle principali fonti di “marine litter” a causa l’abbandono accidentale o volontario in ambiente di attrezzi da pesca. L’immissione di reflui urbani non correttamente trattati e l’intenso regime torrentizio che ricade nell’area provocano l’immissione in ambiente d’inquinanti chimici, nutrienti, microplastiche e rifiuti antropici, provocando fenomeni di eutrofizzazione e alterazioni della qualità delle acque che impattano la biodiversità e l’equilibrio ecologico degli habitat più sensibili.  In questo contesto, e nell’ambito del progetto PRIN 2022 “Restoring Biodiversity as a tool for Climate Change Mitigation” che mira a sviluppare un modello d’intervento per il restauro ambientale che sia replicabile e compatibile con il quadro normativo esistente (Regolamento UE 2024/1991), il caso studio si pone come obiettivo il mantenimento della resilienza ecosistemica dell’area presa in esame tramite il ripristino, e il mantenimento di un buono stato di salute, delle praterie di P. oceanica (HABITAT 1120*) e delle principali biocenosi associate alle Scogliere (HABITAT 1170). Questo sarà raggiunto tramite la conservazione delle praterie di fanerogame, delle foreste macro-algali (con particolare attenzione alle foreste di Laminaria ochroleuca Bachelot de la Pylaie, 1824, e di Cystoseira s.l.) e delle concrezioni sublitorali organogeniche presenti nello Stretto di Messina, con il loro restauro ove necessario tramite attività di trapianto, traslocazione e impianto di propaguli (nel caso delle concrezioni organogeniche, tramite traslocazione di larve di Vermetus sp e alghe coralline, insediati su piastre di calcestruzzo in biopolimero, pozzolanico e granito, da zone con habitat in buono stato di conservazione a porzioni di habitat degradate o perse, al fine di garantirne il ripristino). La sensitività e l’elevato valore ecologico di questi habitat e biocenosi li rende degli elementi chiave in grado di sostenere la biodiversità e le comunità che abitano l’area, mantenendo la connettività ecologica tra gli habitat e garantendo le funzioni e i servizi ecosistemici a essi associati.

Ultimo aggiornamento: 15/10/2025, 10:25